La Conversione

CONVERSIONE

Quante accezioni ha il termine conversione?

La   conversione   delle   unità   di   misura,   per   esempio,   è

l’applicazione di operazioni aritmetiche (in genere moltiplicazioni

e divisioni) che calcola il valore di una grandezza espressa in

un’unità di misura differente da quello noto (Regolamento della

Comunità Europea n. 2866/98 sui tassi di conversione tra l’euro e

le valute degli Stati membri dell’Unione Europea).

Nel Piano di risoluzione di un concordato preventivo si parla di

conversione di una parte dei crediti in capitale di rischio ovvero in

azioni.

Il Codice civile art.1424, invece, disciplina la conversione del

negozio giuridico nullo: “Il contratto nullo può produrre effetti di

un contratto diverso, del quale contenga i requisiti di sostanza e

forma, qualora, avuto riguardo allo scopo perseguito dalle parti,

debba   ritenersi   che   esse   lo   avrebbero   voluto   se   avessero

conosciuto la nullità”, da un negozio in se stesso nullo si può

ricavare un nuovo negozio valido.

In   fisica   si   parla   di   conversione   della   luce   solare   in   energia

termica. In psicanalisi, la conversione è un meccanismo psichico

caratteristico   di   alcuni   fenomeni   isterici,   quale   il   discorso

paranoico.

Nella legge di Mosè, la Torah, conversione significa abbandonare

l’idolatria e volgersi a YHWH nell’osservanza della legge. Gli

ebrei   tradizionali   si   convertono   ogni   giorno   osservando   613

mitzvot.   In   dialogo   quotidiano   con   il   divino,   ciascun   ebreo

s’impegna costantemente a seguire questi precetti, 248 obblighi e

365   divieti.   Il   termine               conversione       si   traduce   in   latino

conversiònem    ; il verbo              convèrtere          è composto dalla particella          con

che aggiunge   forza   e                 vèrtere   che significa   volgere,   voltare,

aggirarsi intorno, fare che una cosa divenga altra da quella che è,

trasmutare,   trasformare,   destinare   a   uso   diverso;   in   senso

metaforico ritrarre alcuno da una falsa religione alla vera, quasi

dica   trasformarne   l’animo   mediante   esortazioni,   argomenti,

ragioni  ( Dizionario etimologico Ottorino Pianigiani).

In senso morale religioso di “ritorno al culto e alla pietà di Dio”,

fu   usato   dalla   Bibbia   latina   come   equivalente   del   greco   nella

versione dei LXX,              ἐπιστρο φ ή (restituzione, ritorno, indietro),         e

dell’originale ebraico      èubh ,  volgersi, tornare, ritornare, al quale si

associa   pure   il   verbo   ebraico              nacham,              dispiacersi,   essere

dispiaciuti.            Questo termine greco è stato utilizzato per la prima

volta in Atti degli Apostoli 15.3 per tradurre “conversione dei

gentili”, dal paganesimo al cristianesimo. Come nota il teologo

Joseph Henry Thayer, questa       conversione       non significa il volgersi

del popolo indietro per ripristinare una religione che comunque

non avevano mai vissuto, ma  il tornare alle  origini  dei nostri

progenitori (Adamo e Eva) prima che cadessero nell’inganno.

Nel Vangelo di Marco 1, 14-15, si legge: “Dopo che Giovanni fu

arrestato, Gesù andò nella Galilea proclamando il Vangelo di Dio,

e   diceva:   ‘Il   tempo   è   compiuto   e   il   regno   di   Dio   è   vicino;

convertitevi e credete nel Vangelo’” (La Sacra Bibbia edizione

CEI, 2008). In questo caso la traduzione di “convertitevi” deve

essere connessa a due termini: 1)             ἐπιστρέφω ritorna, ritorno, come

nell’inglese         back  – il cui verbo “restituire” in latino è un         composto

della  particella                 re , addietro, di  nuovo e di          stituere,   far  sì che

qualche cosa stia, rimettere nello stato primitivo, rendere altrui ciò

che prima era in suo possesso –;               e 2)  μετανοέω cambiare parere,

composto di       μετα   “meta” e                νοέω  “intendere, pensare”, profondo

mutamento nel modo di pensare, di sentire, di giudicare le cose,

( νοῦς è contrazione dell’analogo ionico                νόος ,   un termine che in

greco   antico   indica,   a   partire   da   Omero,   la   capacità   di

comprendere un evento o le intenzioni di qualcuno, la capacità

intellettuale quindi l’intelletto)    .

In Matteo 18.3, la conversione diventa un ravvedimento fatto di

tutto cuore: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non

diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (La

Sacra Bibbia, edizione CEI, 2008). Cosa s’intende per “di tutto

cuore”? Papa Francesco nell’omelia della Quaresima 2017 dice:

“La Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso

una meta sicura: la Pasqua di Resurrezione, la vittoria di Cristo

sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un invito forte alla

conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio ‘con tutto il

cuore’ (Giovanni, 2,12)’”. Nel vangelo di Marco, 12,30, si legge:

“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua

anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il “cuore”

nella   simbologia   cristiana   e   iconografica   è   la   vita   (cognitiva,

affettiva, volitiva): nelle immagini il Cristo è rappresentato anche

come un pellicano che si strappa il cuore per nutrire e dare la vita

ai figli.

Il   verbo   intransitivo   “ravvedersi”   in   latino   è   composto   dalla

particella             re ,   addietro,   di   nuovo   e       avvedèrsi,             accorgersi:

riconoscere i propri errori, condannarli e pentirsene. Una delle sue

derivazioni   è   “ravviare”,   che   è   composta   dalla   particella                 re,

addietro di nuovo            ,   e   avviàre,   quasi rimettere sulla via, sul buon

sentiero:   ridare   l’avviamento   a   cosa   avviata.   E   una   delle

derivazioni   di   “ravviare”   è      raziocinio,             dal   latino         ratiocinàri           ,

ragionare,   composto   di            ràtio ,   ragione,   calcolo,   e       cinàri,

figurativamente far conoscere, spiegare.              Nella teologia cristiana,

ravvedimento è tradotto dal termine greco          μετανοια , che significa

“trasformazione della mente”, spesso usato nella LXX per tradurre

il termine tardo ebraico                nacham .

Definito   in   questo   modo,   il   termine   “ravvedimento”   potrebbe

essere   letto come  qualche   cosa  di   esclusivamente   intellettuale.

Non è così, in quanto gli scrittori della     Bibbia   erano fortemente

consapevoli dell’unità della personalità umana.

Ma, cosa significa “trasformare la mente”, difenderci dal luogo

comune o da quello collettivo, la bestia platonica? Una risposta la

potremmo trovare in Matteo 4,17-22: Gesù inizia a predicare sul

Mar   di   Galilea,   zona   di   frontiera   e   di   pescatori,   e   dice:

“Convertitevi,   perché   il   regno   dei   cieli   è   vicino”.   “Mentre

camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone,

chiamato Pietro, e Andrea, che gettavano le reti in mare; erano

infatti pescatori. E disse loro: ‘Venite dietro a me, vi farò pescatori

di   uomini’.   Ed   essi   subito   lasciarono   le   reti   e   lo   seguirono.

Andando oltre, vide due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e

Giovanni, che nella barca, insieme al loro padre, riparavano le reti,

e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo

seguirono” (La Sacra Bibbia, edizione CEI, 2008).

La chiamata alla conversione è al tempo stesso grazia di dio e atto

libero dell’uomo. Agli apostoli è chiesto di abbandonare le cose e

gli affetti, una reale rottura tra ciò che si era e ciò che si diventa

alla sequela (da pescatori di pesci a pescatori di uomini). Gesù

chiama mentre annuncia il Vangelo, quindi l’”ascolto” della Parola

e l’autorità del Padre nel Figlio, nell’azione dello Spirito Santo

opera   un   cambiamento.   In   questo   caso   la   conversione   sembra

istanza di un prima e di un dopo, ma è anche istanza continua,

qualche cosa che deve essere impresso nella propria vita giorno

dopo giorno, non c’è conversione una volta per sempre.

Armando  Verdiglione,   quando   parla   di   conversione,   dice:   “La

conversione   non   è   influenza!   Non   c’entra   niente,   ma   proprio

niente con l’influenza. Riguarda la sintassi, non l’influenza che è

nel pragma” (conferenza del 15.11.1999). Mentre, in un articolo

del 1995, scrive: “In ciascuna conversazione, affronto la difficoltà

in modo da stabilire la traccia da cui poi procede l’itinerario, la

conversazione stessa. Non bisogna pensare che la psicanalisi, la

cifrematica,   la   clinica   siano   un   compartimento   religioso,

dottrinario,   riservato,   chiuso   in   se   stesso,   purista:   si   tratta

essenzialmente di un atto di generosità, di umiltà e di ‘ascolto’.

Sono gli elementi di ‘ascolto’ che consentono l’avanzamento e che

qualche cosa si scriva. Più la situazione è difficile e meno va

drammatizzata.   C’è   chi,   non   ascoltando,   non   dà   nessuna

soddisfazione all’interlocutore. Il quale dice alcune cose, racconta,

narra,   medita,   introduce   elementi   nuovi:   occorre   dare   atto   di

alcune   cose   e   proseguirle.   Questo   consente   che   le   cose   che

l’interlocutore   sta   narrando   si   scrivano.   Noi   non   possiamo

togliergli la soddisfazione, incalzarlo, perché occorre che ci sia

l’interlocuzione, cioè che quanto si dice si fa e quanto si fa si

scrive – la soddisfazione sta nella scrittura della parola. Non si

tratta   di   animare   la   conversazione.   È   importante,   quando   un

incontro si conclude, che non si chiuda. La conclusione procede

sempre   dall’apertura,   dal   proseguimento   come   modo

dell’apertura”   (               La necessità   del   superfluo        ,   “Il   secondo

rinascimento”, 20/95).

Spero di avere dato spunti per andare oltre l’accezione comune di

conversione.

 

 

Daniela Prevedelli