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IL CIELO, L’UOMO, LE GALASSIE, SENZA PIÙ PRINCIPIO DI IDENTITÀ

Siamo a Napoli, nella moschea di piazza Mercato, dove gli islamici sono guidati dall’imam Abdullah, che in realtà si chiama Massimo Cozzolino, è un ex appartenente alla Federazione giovanile comunista, ex frate francescano, con due lauree, una in filosofia e una in scienze politiche, e un master in peacekeeping; convertito a 36 anni, nel 1997, ha studiato l’arabo e il Corano a Londra.

Aldo Cazzullo, inviato qui dal “Corriere della sera”, scrive un articolo il 25 marzo 2016, in cui riporta l’intervista all’imam intorno al lavoro che sta facendo per segnalare sospetti di terrorismo: «Abbiamo lavorato molto – sostiene Abdullah Cozzolino –, abbiamo invitato qui sacerdoti, rabbini, poliziotti, scolaresche. Abbiamo detto a tutti i fratelli che quando incontrano un radicale, o anche solo uno che fa strani discorsi, devono segnalarlo. Non è delazione; è difesa della comunità. A Napoli e dintorni vivono 15 mila musulmani, e l’Isis purtroppo è un elemento di richiamo, inutile negarlo. Una tentazione. Ci sono giovani che non sanno chi sono e non sanno cosa fare, la pressione psicologica di Internet è fortissima, il fondamentalismo promette loro un’identità».

“Ci sono giovani che non sanno chi sono” e “il fondamentalismo promette loro un’identità”? Non sanno chi sono e non li ha mai sfiorati la lettura di Pirandello Uno, nessuno, centomila? Non sanno chi sono e qualcuno ha detto loro che possono saperlo, che devono saperlo, quindi loro, quando vogliono saperlo, si rivolgono a chi dice di saperlo, a chi sostiene di detenere tutta la verità, di non avere bisogno della ricerca e della scienza, perché sanno già tutto ciò che si deve sapere. Ma questo non vale solo per chi milita tra le fila dell’Isis, ma anche per chi si proclama seguace di Allah e considera il Corano come l’unico libro che occorra studiare, perché contiene già tutto. Per alcuni è il Corano, per altri è la Bibbia, con le debite differenze. Ma né gli uni né gli altri leggono veramente la Bibbia e il Corano, perché il fondamentalista non ha bisogno di leggere, interpretare, intendere nell’attuale, deve solo studiare ed eseguire, badando di evitare l’equivoco, la differenza e il malinteso, badando di evitare la poesia, l’invenzione, il gioco, l’arte, la scienza, la ricerca incessante, la parola libera.
Se analizziamo il termine identità, troviamo che è il più grande abbaglio della storia del pensiero. Chi o che cosa mai può mai avere un’identità? Noi viaggiamo nelle galassie infinite, nulla è mai fermo, ciascuna cosa è in viaggio, differente da sé, differente e varia rispetto a qualsiasi altra. Nulla è identico, simile o opposto a nulla. Addirittura, come diceva il sofista Gorgia, nulla è. Come arrivare a sapere chi si è o chi si vorrebbe essere, se nulla è? Se, come possiamo intendere dalla lettura del bel libro di Luigi Foschini, Scienza e linguaggio, l’essere è una parola come un’altra e non la sostanza di cui le cose, gli uomini, gli animali, le piante, i pianeti, le galassie sarebbero fatti? Un’intera branca della filosofia si è costituita per studiare l’essere e i suoi fondamenti: si chiama ontologia, dal greco ontos (participio presente del verbo einai, essere) e logos, discorso, dottrina. L’ontologia è lo studio del fondamento di quel che esiste, presumendo che qualcosa esista e che il fondamento di quel che esiste sia l’essere come sostanza immutabile. L’ontologia implica anche la ricerca del senso profondo di ogni essere reale, il senso dell’esistenza dell’uomo che pensa e che si pensa. Ogni domanda intorno al “soggetto”, all’“oggetto” e alla loro “relazione”, dunque intorno alla presunta relazione tra “io” e “mondo”, è una domanda ontologica.
Voi pensate che l’ontologia sia una faccenda relegata ai filosofi? E invece è la fonte da cui si riforniscono tutti gli spacci dei luoghi comuni più biechi, quelli che presumono di definire un io e un mondo e addirittura una relazione tra l’io e il mondo, come se fossero termini scientifici, riscontrabili attraverso chissà quali indagini con i più sofisticati strumenti (Foschini addirittura ci dirà che la cassetta degli attrezzi, anche per le indagini scientifiche, è costituita dal linguaggio). Chi non crede di essere alla ricerca della propria presunta identità, fino al punto da disperarsi perché non sa chi è o chi vorrebbe essere, fino al punto che, se ritiene di non essere abbastanza distinto dal fratello, dalla sorella, dalla madre, dal padre, può arrivare a compiere pazzie, pur di dimostrare la propria differenza come soggetto? Ma la differenza dell’uno non ha bisogno di essere dimostrata e il soggetto è anch’esso un postulato dell’ontologia. Nessuno è soggetto, anzi, l’atto, il fare, non richiede il soggetto, come notava già Nietzsche nel suo libro Genealogia della morale.
Ma quanti oggi si prendono la briga di leggere Nietzsche? Proviamo a seguirlo: “Il volgo separa il fulmine dal suo bagliore e ritiene quest’ultimo un fare, una produzione di un soggetto che viene chiamato fulmine. Ma tale sostrato non esiste: non esiste alcun essere al di sotto del fare, dell’agire, del divenire. Allo stesso modo la scienza sta sotto la seduzione della lingua e non si è sbarazzata di questi falsi infanti supposti, i soggetti”.
Come ribadisce anche Foschini, la lingua influenza la scienza. Ecco perché occorre prima di tutto una scienza della parola, che non dia per scontato ciò che si dice, che non lo consideri realistico, che non consideri la scienza come ricerca che miri alla conoscenza dell’essere come sostanza, come ciò che starebbe sotto le cose e le parole.
Ma perché a scuola non si studiano i sofisti, Protagora e Gorgia – che mettevano in discussione qualsiasi luogo comune volesse erigersi a sistema di pensiero –, anziché Platone e Aristotele, i principali artefici di quella dottrina che è stata chiamata ontologia e che imbriglia il pensiero nei binari dei sistemi filosofici, che costituiscono i fondamenti di tutto ciò che viene considerato il sapere o la scienza e che invece è il discorso scientifico come negazione della scienza libera e come trappola degli scienziati in quella Big Science ben descritta nel libro di Foschini?
Ho un’ipotesi di risposta a questa domanda: la paura del nulla, che era motivo di persecuzione degli stessi sofisti e lo è ancora oggi, appena qualcuno si azzarda a mettere in discussione le classificazioni, le categorie, gli ordini professionali e tutto ciò che si basa sul concetto di identità. Guai a chi mette in crisi quelli che sono stati presi come fondamenti del pensiero, della cultura, dell’arte, della scienza, della società, della politica, della vita di ognuno, ma che in realtà sono fondamenti che servono solo al tentativo di sistemare e sistematizzare ciò che è impossibile da mettere in un sistema, ciò rispetto a cui non c’è presa che tenga. Chi potrebbe racchiudere in un concetto il cielo, l’uomo, le galassie? Solo presumendo che se ne stiano fermi, immobili, allora potrebbero essere osservati, definiti, circoscritti nei loro presunti limiti.
Aristotele aveva paura dell’infinito, oltre che del nulla, così ha scritto interi volumi per classificare, definire, circoscrivere e per dimostrare che, se vogliamo appartenere alla comunità dei filosofi, ossia di coloro che amano la sapienza al punto da escludere chi non accetta i loro principi, dobbiamo rinunciare al cielo come apertura della parola e cercare la causa prima delle cose, il loro fondo, il fondamento, e dobbiamo farlo tenendo conto di principi e postulati che, secondo Aristotele, sono gli unici strumenti in grado di farci ragionare correttamente: uno di questi principi della logica aristotelica è proprio il principio di identità A=A.
A cosa serve questo principio? Finché si tratta di attribuire un significato convenzionale a un oggetto che in italiano si chiama “tavolo” e in inglese “table”, questo principio potrebbe anche essere valido, anche se del tutto inutile, perché a nessuno verrebbe in mente di discutere intorno all’identità di un tavolo. Anche se artisti come Matisse – che scriveva “Questa non è una pipa” sotto l’immagine di una pipa – si sono presi gioco persino della presunta identità degli oggetti comuni. Ma il vero problema sorge quando ci si sposta dai significanti che indicano oggetti per dir così tangibili a quelli che indicano qualcosa di astratto (chi potrebbe dire in modo inequivocabile che cosa siano l’amore, la bellezza, l’amicizia, l’odio, la cattiveria, l’invidia?). È lì, nei significanti che si riferiscono a astrazioni, che il principio di identità esplica la funzione per cui è sorto: quella di dare significato alle parole, di limitare i significanti a significati inequivocabili. Così, intendiamo che il principio di identità serve ai filosofi dell’ontologia soprattutto per nominare le cose, per denominarle e, in tal modo, dominarle. Perché? Sempre per paura del nulla e dell’infinito.
Non era così per il primo fisico della storia, uno dei massimi poeti di tutti i tempi. Leggiamo: “Se tutto lo spazio dell’intero universo fosse racchiuso da ogni lato entro limiti certi, e perciò definito, già la massa della materia, per il suo solito peso, sarebbe da ogni parte confluita nel fondo, nessuna cosa potrebbe generarsi sotto la volta del cielo, né esisterebbe affatto il cielo, né la luce del sole, poiché tutta la materia giacerebbero accumulata, addensatasi in basso ormai da tempo infinito. Ma senza alcun dubbio agli elementi primordiali dei corpi non è data alcuna sosta, poiché non esiste il fondo di tutto ove possano confluire e porre la loro sede. In assiduo moto sempre tutte le cose si traducono da ogni parte, e gli elementi della materia, precipitati dagli spazi infiniti, sono incalzati verso il basso. Inoltre è evidente al nostro sguardo che una cosa ne delimita un’altra; l’aria è confine dei colli, i monti dell’aria, la terra del mare, il mare a vicenda delimita tutte le terre; ma in verità non c’è nulla che all’esterno limiti l’universo”.
Non è Niels Bohr né Kurt Goedel a scrivere così, ma Lucrezio nel De rerum natura, nel I secolo a. C. Per Lucrezio non c’è il fondo delle cose, perché ciascuna cosa è in viaggio da tempo infinito, e non c’è un limite all’universo. Che interesse può avere l’essere delle cose, se esse sono in viaggio e differenti da sé, oltre che le une dalle altre?
Questa differenza da sé, non ammessa, produce i peggiori stermini, con l’aiuto delle ideologie, che si fondano sul principio d’identità, da cui discendono i principi di non contraddizione e del terzo escluso. Chi proclama l’identità di razza, di casta, di partito, di credo, ha bisogno di tenere lontana la differenza, crea comunità basate sui principi di elezione e di selezione. Ma quale scienza può sorgere sul principio di identità? Solo se la differenza da sé è ammessa ha effetti di sapere, di scienza (il termine scienza viene dal latino scio, che vuol dire “io so”). L’uno non è identico a sé, ma differente, diviso da sé. Questa la scienza, in una prima accezione. L’uno non si divide in due. Se l’uno si divide in due, allora, ognuno può pensarsi come angelo e demone, positivo e negativo, buono e cattivo, forte e debole, capace e incapace. Se l’uno si divide in due, al posto della scienza c’è la conoscenza, la gnosi, il cammino iniziatico che impone di arrivare al fondo del male per appropriarsi della scintilla del bene e portarla alla luce. Ma quanti sono gli scienziati non gnostici? E quanti sono gli pseudointellettuali, sedicenti scrittori, impregnati di ideologia illuministico romantica, che hanno prestato il fianco all’idea di sé come doppio? E quanti sono gli studiosi che hanno fatto della cosiddetta scissione dell’io o della cosiddetta crisi di identità un business? Quale scienza può coltivare chi si attesta sui principi della logica aristotelica?
Foschini ci fa notare che Kant fu l’ultimo dei filosofi naturali: dopo Kant, la filosofia e la scienza prendono strade differenti, e nel 1833 William Whewell coniò il termine scienziato come l’analogo di artista, ma dedicato alla scienza. Questo ci offre lo spunto per riflettere su un’altra accezione di scienza, quella che non si preoccupa del dominio sulle cose, sulla parola, sulla logica e sull’esperienza, ma dà notizia delle cose nella parola. Questa scienza è la presa della parola, come la definisce Armando Verdiglione: la parola presa nella sua logica e nella sua esperienza, la cifrematica. È la scienza che consente a Leonardo da Vinci di scrivere dipingendo e di dare così la vera notizia delle cose, anziché rendere omaggio ai trombetti dell’epoca che lo definivano “omo sanza lettere” perché ancora non conosceva il latino. Questa scienza che dà notizia dell’esperienza è attraversata, per dir così, dal tempo, ma non dal tempo cronologico, bensì dal tempo come taglio; temno in greco vuol dire taglio, come taglio è l’istante, di cui nessuno può dire nulla, eppure è innegabile, è ciò di cui Sant’Agostino diceva: “Se non mi chiedete che cos’è il tempo io lo so, ma se me lo chiedete non lo so”. Dicendosi, le cose si fanno, facendosi si scrivono, scrivendosi si dividono: sta qui la scienza, in questa divisione temporale, in questa impossibilità di occuparsene e di preoccuparsene. La cura è del tempo in questa accezione, pertanto chi dice che ha bisogno di cura fa appello al tempo. Purtroppo spesso immagina il tempo come la morte che con la sua falce incombe e annienta ogni cosa. Mentre il tempo è irrappresentabile, inimmaginabile. Vano il tentativo di chi presume di padroneggiare il tempo: chi può dire ciò che resta di ciò che si fa? Solo ciò che si scrive resta. Vano il tentativo di classificare, di dividere le cose in buone e cattive, mortali e immortali. La scienza non procede dal lavoro di un soggetto che “divide et impera”, che prende le cose per vere o false, che prende le cose, se la scienza è la presa stessa. Nessuno può prendere il posto del tempo e mettersi a dividere, ma ciascuno, con la scienza della parola, può dare notizia della divisione, della differenza e della variazione incessanti.
Foschini ha dedicato un capitolo alla logica particolare che è l’inconscio come idioma, come particolarità, come parola in atto, che mette in questione il conformismo e i luoghi comuni dell’epoca. Lo scienziato che procede dalla logica particolare può divenire caso di qualità, unicum, se non mira ad arruolarsi nelle fila di qualche comunità scientifica, ma procede dall’apertura, dal cielo della parola, e prosegue il suo viaggio nelle galassie infinite.

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LETTERA AI GIOVANI DI VIGNOLA

Cari ragazzi e ragazze,

nell’ambito di questo convegno* dovremmo capire in che modo la cultura e l’arte possano trasformare il viaggio della vostra vita, in che modo possano dare un contributo alla riuscita della vostra impresa, di quell’impresa che avete già avviato a vostra insaputa e che si avvale del vostro sogno, quello di cui non avete neppure un’idea.

Allora, innanzi tutto vorrei dirvi che non basta la scuola per acquisire la cultura e l’arte. La cultura e l’arte sono inconsce, si acquisiscono parlando, ascoltando, facendo, viaggiando, anche cercando nei libri, che sono essi stessi viaggi, in breve, si acquisiscono nel gerundio della vita, dove nessuno può insegnarvi come fare, come parlare, come scrivere, come comunicare, come vivere. Così, se un giorno i vostri figli o i vostri collaboratori vi chiederanno come fare, voi potrete rispondere come avete fatto voi: facendo.

La cultura e l’arte che si acquisiscono in questo modo del gerundio sono incancellabili, sono costitutive della memoria e non consentono la scelta. Nessuno può scegliere di dire, di fare, di scrivere ciò che più vorrebbe dire, fare, scrivere, perché la cultura e l’arte che sono alla base della parola, del fare, della scrittura sono inconsce, nessuno può sapere quali sono i propri presunti desideri.

Ma se oggi i vostri genitori, magari per dimostrarvi il loro bene, vi lasciano nella scelta del lavoro ideale, vi lasciano scegliere ciò che più vi piace, voi non prendeteli sul serio. Cercate di capire come essere utili nella famiglia, di cosa c’è bisogno, quali sono le occorrenze della casa o dell’azienda, se i vostri genitori ne hanno una. Chiedete loro di farvi lavorare fin da subito negli intervalli dallo studio: non c’è scuola di vita migliore della bottega e persino la cucina può essere intesa come bottega, con i suoi ritmi, le sue regole, le sue difficoltà, la sua disciplina, la sua istanza di conclusione, la soddisfazione di approdare a un piatto riuscito.

Non fidatevi dei genitori che vi lasciano poltrire, con il pretesto che voi non avete voglia di fare questo o quello. Trovate qualcosa in cui cimentarvi e date una mano. Solo così potete incominciare il vostro viaggio in paradiso, nel paradiso in cui il tempo non finisce, quello che Cantor chiamava transfinito. Questo tempo non passa e non scorre, è anch’esso inconscio, come la cultura e l’arte, è il tempo del racconto, che si fa di sogno e di dimenticanza, non di ricordi e di vigilanza. Non occorre la consapevolezza, la coscienza, per vivere nel paradiso del tempo infinito. La coscienza è forgiata dalla paura e la paura impedisce il viaggio. Noi viaggiamo non in quanto sappiamo o siamo coscienti della nostra presunta natura, dei presunti limiti nostri o dell’Altro, ma in quanto ignoriamo ciò che ci sta dinanzi, ignoriamo l’avvenire. Qualcosa accade perché noi sospendiamo la presunzione di conoscenza nostra e dell’Altro. E facciamo secondo l’occorrenza, non aspettiamo di conoscere quale sarà la strada giusta da intraprendere, per evitare l’errore. A volte, alcuni giovani indugiano per paura che, facendo qualcosa e trovandovi soddisfazione, poi arrestino il loro viaggio, non cerchino più la loro presunta vera strada e si accontentino di ciò che hanno trovato. Da dove viene questa paura di autoingannarsi? Ciascuna volta occorre indagare.

Vi racconto la storia di un ragazzo che enunciava la paura di rimanere incastrato, come diceva lui, nell’azienda di famiglia. Ma, ascoltando il suo racconto, era emerso che, anzi, dalla famiglia si era sentito rifiutato, perché i genitori ritenevano che l’erede designato fosse suo fratello maggiore, che già lavorava nell’azienda da quattro anni. Ascoltando il suo racconto, una delle prime frasi che aveva enunciato nella conversazione con me, infatti, era stata: “Per me non c’è posto nell’azienda di famiglia”. Se l’analista non è sordo, se non è un professionista, ma uno statuto intellettuale, se si avvale della cifrematica, avverte che in quella frase c’era una domanda, non una rinuncia. Quante volte quel ragazzo chiedeva consiglio ai genitori, agli amici, alla stessa analista? Ciascuna volta in cui gli veniva proposto un lavoro interessante o una carriera all’estero, si chiedeva: “Cosa devo fare? Devo cogliere questa occasione? È questo uno di quei treni che passano una volta sola nella vita? E se poi capisco che questa non è la mia strada? Avrò buttato via quattro o cinque anni, per essere punto e a capo”. Così, presumendo di poter scegliere, non sceglieva nulla. Allora, i genitori piangevano disperati perché, ancora una volta, il figlio aveva sprecato un’occasione, senza avere nessuna prospettiva davanti. Intanto però gli permettevano di stare a letto fino a mezzogiorno, non gli chiedevano neppure una mano per le occorrenze quotidiane della casa e dell’azienda e continuavano a offrirgli tutto ciò di cui aveva bisogno per vivere. In attesa del lavoro ideale, il ragazzo sprecava le giornate a disprezzare tutto ciò che gli stava intorno. Eppure, prima di laurearsi, aveva lavorato nell’azienda dei genitori e aveva dato prova del suo talento nell’organizzazione, con la sua ricchezza di spirito e le sue idee innovative, che erano apprezzate anche dai clienti. Poi, convinto che nell’azienda di famiglia non ci fosse posto per lui, era andato in Canada per seguire un master e presto aveva pensato di trasferirsi definitivamente lì. Dal Canada era approdato in Francia e poi, gira e rigira, dopo un anno, era tornato a casa. A quel ritorno era seguito l’inferno. Senza il fare e senza l’occorrenza, gli umani vivono nell’infernale, stanno a rimuginare, a covare vendette, a rappresentarsi come vittime, a imbestialirsi e a inferocirsi, ad animalizzarsi. Forte la tentazione di cancellare la memoria e di mandare all’inferno anche tutto ciò che si ostinava a resistere e a insistere nel racconto qua e là: impressioni di viaggio, riflessioni interessanti che prendevano spunto da letture avidamente coltivate, idee di filosofia, di politica, di attualità. Ma, per fortuna, dopo qualche mese, dalle tenebre sarebbe spuntato un raggio di sole: l’incontro con la psicanalisi e la cifrematica, per riprendere il viaggio della vita nella parola.

Cari ragazzi e ragazze, a questo punto magari vorreste che vi raccontassi che cosa abbia fatto Giacomo, chiamiamolo così, e come sia riuscito ad avere successo nella sua vita, se sia riuscito a divenire imprenditore nell’azienda di famiglia o altrove.

Invece, vi dovrà bastare sapere che la cultura e l’arte che inconsciamente aveva acquisito fino a quel momento hanno centuplicato il loro valore, sono diventate il suo capitale più prezioso e inalienabile, perché nessuno potrà mai togliergli la memoria, se non sarà egli stesso a tentarne una cancellazione, per paura, come faceva quando non riusciva a confrontarsi con il fratello maggiore. Poiché è in viaggio, nel suo viaggio intellettuale, oggi Giacomo dà un apporto essenziale all’impresa, che non è una torta da spartire, un territorio di conquista da occupare, da difendere, da salvaguardare, non è un luogo, ma un effetto del tempo in cui le cose si fanno e approdano all’unicità, è la dimora del paradiso, dove non c’è nulla da spartire perché nell’infinito ciò che si aggiunge non toglie nulla. Se ciò che Giacomo aggiunge non toglie nulla a ciò che il fratello ha messo in gioco prima di lui, come temere di perdere terreno?

Cari ragazzi e ragazze, che cosa ci insegna questa storia? Sicuramente che le parole non devono essere prese per il loro significato comune, che l’equivoco, la differenza e il malinteso non possono essere elusi. In gennaio sono stata invitata al circolo Paradisi di Vignola a tenere una conferenza dal titolo La famiglia e l’ascolto, in preparazione di questo convegno. Ma quale ascolto può intervenire se alle parole viene dato un significato comune, se ciò che ciascuno dice viene preso realisticamente. Secondo i genitori, Giacomo era un caso disperato perché a trent’anni non sapeva cosa fare e ripeteva che non avrebbe mai lavorato nell’azienda di famiglia. Ma Giacomo stava dicendo altro, qualcosa che neppure lui sapeva di dire. Non c’è un’altra esperienza di parola in tutto il pianeta che possa offrire questi strumenti di ascolto e di intelligenza, questa curiosità intellettuale e questa tensione intellettuale che garantiscono una tribuna ai giovani viaggiatori di ciascuna età. Questa esperienza si chiama conversazione di psicanalisi, un aspetto della cifrematica, come scienza della parola originaria. Eredita le acquisizioni dei sofisti, degli aedi, dei giullari, è cultura e arte, invenzione e gioco, formazione e insegnamento, ma non si impara una volta per tutte, è una pratica che segue l’occorrenza.

Prima di concludere, vorrei dirvi un’altra cosa importante: non fidatevi di chi interpreta sempre secondo il luogo comune tutto ciò che dite e che fate, chi si sofferma sul vostro comportamento per cercare di dedurre una vostra intenzione, chi nutre il sospetto che ci sia sempre qualcosa sotto le vostre parole, chi, in breve, fa significare tutto, cerca di attribuire un senso a ciascuna cosa e non ammette ciò che non ha un senso prestabilito. In questi giorni, come ha dichiarato il vostro sindaco sui quotidiani, Vignola è scossa dalla tremenda notizia che una figlia abbia assoldato un sicario per uccidere il proprio padre e riscuotere in anticipo i soldi dell’eredità. Ebbene, quando qualcuno arriva a questi estremi non è casuale: i presupposti c’erano già, nell’assenza di arte e cultura nella famiglia. Non importa se si tratta di persone istruite, perché, come dicevo all’inizio, la cultura e l’arte sono inconsce. Importa che nella famiglia la parola sia libera, non sia significata, importa che ci siano dispositivi di conversazione, che la parola sia sacra, che non ci sia la credenza di potere scegliere, la credenza nella libertà del soggetto. Cristina Pancaldi, così si chiama la figlia scellerata, era figlia unica e aveva avuto tutto ciò che chiedeva dai genitori. Tuttavia, non le bastava. Quando i genitori non esigono nessuna prova di realtà e di verità dai figli, quando credono che sia importante rispondere ai desideri che loro enunciano, senza chiedersi neppure se quelli siano davvero desideri o modi per mettere alla prova la loro autorità, quando temono di fare soffrire i loro figli e privano loro di qualsiasi incontro con la difficoltà, può accadere che i figli crescano senza direzione, senza progetto e senza programma, senza autorità e senza responsabilità. Come meravigliarsi poi del risultato? La messa a morte incomincia quando si elude l’azione della parola, si dà subito il giocattolo che il figlio chiede, pur di non sentirlo lamentare, quindi si attribuisce valore ai fatti anziché alla parola. Sta già qui la prima delega dell’autorità e della responsabilità, e non è mai scontato che si possano instaurare quando in una famiglia, per anni, è stata spacciata la sostanza, per mettere a tacere. Questa è la famiglia dell’omertà, quella che firma l’onorata società, con i suoi canoni e il suo conformismo, che vi propone una vita standard, cioè la morte della parola, la morte della cultura, la morte dell’arte. In questa famiglia vi auguro di non vivere mai.

Ma se per caso qualcuno o qualcosa dovesse accendere la vostra curiosità, vi prego, non indugiate, partite immediatamente per un’altra meta del vostro viaggio, dove forse ci incontreremo ancora.

 

*Intervento al convegno Come l’arte e la cultura trasformano la famiglia, l’impresa e la città a Vignola, Rocca di Vignola, 9 aprile 2016.

 

 

 

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LE DIAGNOSI CONTRO I BAMBINI

ANNA SPADAFORA
psicanalista, cifrematico, direttore dell’Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna

 

LE DIAGNOSI CONTRO I BAMBINI

Modena, dicembre 2014. Un educatore – interpellato dai genitori di una bambina con difficoltà nell’apprendimento della lettura in seconda elementare –, ancora prima d’incontrare la bambina, sostiene la necessità di rivolgersi a un operatore del Servizio Sanitario Nazionale per porre un’eventuale diagnosi di dislessia, senza cui egli non potrebbe – afferma – “neppure incominciare a prendere in considerazione il caso”. I genitori speravano d’incontrare una persona in grado di fornire strumenti che aiutassero la bambina a intraprendere la bellissima avventura delle lettere. Ma come può una diagnosi porsi come premessa e, addirittura, come condizione del viaggio intellettuale?
E come possono gli educatori instaurare dispositivi di parola con uno di quei milioni di bambini che hanno ricevuto una diagnosi di ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder ovvero Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività), se ripetono che la prima cosa da fare è “contenerli” quando si agitano troppo, per evitare le distrazioni e fare in modo che si applichino nello svolgimento dei compiti? La delega dell’autorità e della responsabilità impedisce all’educatore d’inventare attività che possano coinvolgere il bambino, che possano suscitare il suo interesse, in modo da valorizzare i suoi talenti, anziché mortificarli, attraverso la contenzione. Chi ha insegnato nelle scuole elementari per oltre vent’anni, come Carlo Stabellini, di cui pubblichiamo la testimonianza in questo numero, sa benissimo che il maestro viene seguito quando, oltre a esigere (anche alzando il tono di voce se occorre) che i bambini si attengano alle norme e alle regole, trova i motivi perché essi prestino attenzione. Solo così, il maestro lancia le sue esche per un gioco che i bambini non vorrebbero smettere mai, anziché non vedere l’ora che arrivi la fine della lezione. Gli allievi si accorgono dell’investimento assoluto del maestro nel dispositivo educativo, del suo sforzo per coinvolgere ciascuno secondo la particolarità e la specificità che lo concerne, pur mantenendo l’impegno per lo svolgimento dei programmi ministeriali. Un maestro così non teme la presenza di allievi iperattivi, anzi, al contrario si preoccupa se qualcuno rimane timidamente immobile in un cantuccio, non teme di non essere seguito: come il professore del film L’attimo fuggente, John Keating, sa che molti dei suoi studenti saliranno sui banchi per lui, se ce ne sarà bisogno, è un capitano che, come diceva Machiavelli, riesce a mantenere fedele l’esercito perché non si stanca di proporre sempre nuove idee.
Chi oggi è capitano, nella scuola, nella famiglia e nell’impresa? Non certo chi fa appello alla genetica per cercare la causa di un presunto disturbo mentale, come i genitori soddisfatti della ricerca dell’Università di Cardiff, che nel 2010 annunciava la presunta scoperta di “differenze riscontrabili nel cervello dei bambini affetti da ADHD e provocate da segmenti del Dna duplicati o mancanti”, perché finalmente potevano escludere una loro responsabilità nel cosiddetto disturbo. E che dire dei profitti astronomici che i membri dei comitati che redigono il DSM (il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) traggono dai risultati delle loro ricerche, che supportano l’uso di farmaci come il Ritalin? Che dire, dopo che il settimanale tedesco “Der Spiegel” ha citato il 2 febbraio 2012 lo psichiatra Leon Eisenberg, il “padre scientifico dell’ADHD”, che nella sua ultima intervista l’ha definito “un ottimo esempio di malattia fittizia”? Chi ha tratto le conseguenze da questa inaspettata confessione, che arriva dopo quarant’anni in cui la “malattia” di Eisenberg ha infestato i manuali diagnostici e statistici, e l’uso di farmaci per l’ADHD nella sola Germania è aumentato in soli diciotto anni da 34 kg (nel 1993) a un record di oltre 1760 kg (nel 2011)?
A parte gli ormai risaputi e conclamati effetti disastrosi di questi psicofarmaci sullo sviluppo fisico, oltre che psichico, dei bambini, come possiamo immaginare di formare le migliaia di nuovi imprenditori di cui il nostro paese avrebbe bisogno, se vengono fin da piccoli sedati e se gli adulti li introducono in una logica della delega dell’autorità e della responsabilità al farmaco?
Nella cosiddetta società del benessere, la qualità della vita si misura sulla base della possibilità di stare bene. Ma la salute non sta nell’assenza di problemi, disagi, difficoltà e tutto ciò che impedisce di stare bene. La salute è l’istanza di qualità della vita e si acquisisce facendo, non c’è prima del fare e non è una condizione per fare, come crede chi rimanda il fare al tempo in cui sarà guarito. La vita si qualifica parlando, facendo e scrivendo, instaurando dispositivi in direzione della qualità. La vita è intellettuale e anche la salute, come istanza di qualità della vita, è intellettuale, non mentale. Non c’è chi possa essere definito malato mentale: la malattia mentale non esiste, come diceva il grande psichiatra Thomas Szasz, autore del libro Il mito della malattia mentale, che negli anni sessanta ha ispirato molti movimenti contro gli abusi della psichiatria in vari paesi.
Nessuna diagnosi di disturbo mentale, più o meno grave, può contribuire alla qualità della vita di chi la riceve. Un adulto può tuttavia non accettarla, lottare per dissipare il pregiudizio psichiatrico da cui tale diagnosi è scaturita e proseguire lungo il progetto e il programma di vita: è il caso del presidente della Corte di Appello di Dresda, Daniel Gottlob Schreber, che nei primi anni del 1900 scrisse le Memorie di un malato di nervi, per riuscire a dimostrare che le proprie fantasie, considerate deliranti dagli psichiatri, non interferivano affatto con lo svolgimento della propria attività istituzionale. Un adulto può combattere contro eventuali interessi economici alla base di un tentativo d’interdizione. Ma un bambino come può difendersi quando persino i genitori temono che qualcosa non vada come dovrebbe, perché si agita troppo e senza motivo o non sa leggere o scrivere o far di conto come i suoi coetanei? Allora, si rivolgono al neurologo, allo psichiatra o allo psicologo nell’intento di aiutarlo o magari solo per accertarsi che il bambino non sia malato, ma intanto lo spauracchio del disturbo mentale si è affacciato nella loro casa e ha gettato un’ombra che difficilmente li abbandonerà. Per fortuna alcuni genitori rifiutano di considerare malato il loro bambino anche se ha il morbo di Down, per esempio, perché intendono che egli è un individuo, con un nome e un cognome, non “un Down”, ma un bambino che diventerà un adulto e potrà instaurare dispositivi di riuscita, coltivando l’invenzione e l’arte e approdando alla salute, come ciascuno, se trova interlocutori lungo il suo itinerario. Gli esempi di attività gestite da ex bambini cosiddetti Down incominciano a essere frequenti anche nel nostro paese. Purtroppo non sono tanti, come non sono molti i genitori e gli insegnanti che adottano un approccio intellettuale nell’educazione, anzi, sempre più spesso prevale la tendenza alla medicalizzazione della società e della scuola, la tendenza alla classificazione, a scapito della singolarità, della particolarità e della specificità; sempre più spesso nelle scuole si tralascia il lavoro di analisi e si ricorre alla via facile della diagnosi, rispondente a schemi prestabiliti, che permette di ottenere una certificazione del cosiddetto disturbo e, di conseguenza, di accedere agli strumenti “dispensativi e compensativi” messi a disposizione dal legislatore per “assicurare eguali opportunità di sviluppo delle capacità in ambito sociale e professionale”, come recita la legge 170 (8 ottobre 2010) a proposito dei cosiddetti DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento).
Tutto ciò è studiato nell’intento di facilitare l’apprendimento. Ma la via del secondo rinascimento, di cui l’Italia e il pianeta hanno bisogno, non è la via della facilità, della facoltà. Nessuna facoltà, bensì la difficoltà, quando le cose incominciano – anche per i bambini – e richiedono uno sforzo. Mentre la semplicità non è la facilità, è una conquista, e richiede l’ingegno, sulla via dell’industria, nell’accezione adottata da Niccolò Machiavelli nel suo libro Vita di Castruccio Castracani da Lucca, in cui Castruccio dice al gio­vane Guinigi: “Non dei pertanto sperare in alcuna cosa, fuora che nella tua industria”.

**Articolo apparso sulla rivista “La città del secondo rinascimento”, n. 62